Cavese: 100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: IL GOL DEL SECOLO

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100X100 CAVESE di Fabrizio Prisco: IL GOL DEL SECOLO

Il 22 giugno 1986, allo stadio Azteca di Città del Messico, contro l’Inghilterra, Diego Maradona mise a segno una storica doppietta che proiettò l’Argentina nelle semifinali della Coppa del Mondo. La seconda marcatura del fuoriclasse argentino (la prima fu la celebre “mano de dios”, ma quella è un’altra storia) viene da tutti ricordata come il “gol del secolo”, una delle reti più belle della storia del calcio. Nove minuti dopo l’inizio del secondo tempo, Hector Enrique passò la palla a Maradona che, superata la metà campo, si lanciò in una folle corsa nel cuore della retroguardia britannica: in sessanta metri, percorsi in dieci secondi netti, Diego toccò il pallone dieci volte, lasciandosi alle spalle cinque calciatori inglesi (Hoddle, Reid, Sansom, Butcher e Fenwick), prima di dribblare anche il portiere Shilton, e depositare la sfera nel sacco. Chi di voi non ha mai sognato di segnare un gol del genere? Anche durante una partita di calcetto, anche durante una delle interminabili sfide tra ragazzini nei cortili della nostra infanzia, ognuno di noi ha immaginato di essere protagonista di un’azione simile. Un gol da tramandare ai nipotini, un gol “alla Maradona”, per intenderci. Alberto Urban, uno degli elementi più tecnici della Cavese anni Ottanta, una volta ha segnato un gol così e l’ha fatto nella partita più importante, quella che per il popolo metelliano valeva un’intera stagione: il derby con la Salernitana. Un gol bellissimo, unico, meraviglioso. Per le nuove generazioni e per quelli che non c’erano quel giorno, questa sì che è una storia da raccontare.
14 aprile 1985. In un Simonetta Lamberti stracolmo di passione, per la ventisettesima giornata del campionato di serie C/1 girone B, gli aquilotti si apprestavano ad affrontare i cugini granata. La Salernitana di Gian Piero Ghio veleggiava nelle zone alte della classifica. La Cavese di Corrado Viciani invece era in piena bagarre per evitare la caduta in serie C/2. La stagione della Cavese era stata molto travagliata. Dopo la retrocessione dalla serie B e la maledetta partita di Pistoia, gli aquilotti erano ripartiti con il chiaro proposito di ritornare prontamente in cadetteria e, dopo una campagna acquisti di tutto rispetto, avevano consegnato la panchina a Romeo Benetti, ex centrocampista di Juve e Milan, fresco campione d’Italia primavera con la Roma. Benetti era stato in ballottaggio con un altro ex calciatore di serie A che aveva da poco intrapreso la carriera di allenatore, quel Fabio Capello che avrebbe fatto negli anni a venire le fortune di Milan, Real Madrid, Roma e Juventus. La Cavese purtroppo si affidò alle cure di Benetti e la dirigenza metelliana si sarebbe presto pentita della scelta. Il neo tecnico aquilotto, fautore del gioco a zona, non legò con la sua nuova squadra e fu protagonista di un avvio disastroso sia in Coppa Italia che in campionato. Gli aquilotti, che rispetto alla B avevano confermato il capitano Pavone, Di Michele e Urban, e che si erano rinforzati con i vari Andreoli, Bobbiesi, Malisan, Malaman, Mandressi e il promettente libero della Ternana Gianluca Signorini, prendevano imbarcate di reti su tutti i campi e non davano mai l’impressione di essere una squadra solida. Dopo dodici giornate, la Cavese occupava il terzultimo posto in graduatoria e la dirigenza, non senza contrasti interni, decise a quel punto di esonerare Benetti. Al suo posto venne richiamato una vecchia conoscenza del popolo biancoblù: Corrado Viciani, l’uomo che verso la fine degli anni Settanta aveva preparato la strada a Rino Santin, facendo compiere il definitivo salto di qualità al movimento calcistico metelliano.
Famoso in tutta Italia per il “gioco corto”, una sorta di tiki taka moderno ante litteram, Viciani, dopo aver condotto la Ternana per la prima volta nella sua storia in serie A, dal 1978 al 1980 portò anche a Cava i suoi metodi innovativi, basati su una maniacale preparazione atletica e su una rete ossessiva di passaggi che irretiva gli avversari. Dopo aver dato il benservito a Benetti, Guerino Amato contattò nuovamente il vecchio maestro toscano: era lui l’uomo giusto per salvare la compagine biancoblù da un’altra incredibile retrocessione. Viciani si calò in una realtà che conosceva molto bene con grande entusiasmo, entrò immediatamente in sintonia con il gruppo e riportò la Cavese gradualmente in acque più tranquille. “Fai quello che sai fare, fallo bene e fallo in fretta”, era il suo motto. Il suo era un “calcio brasiliano alla velocità degli inglesi”, figlio di una filosofia vicina al calcio totale olandese tanto in voga in Europa dopo i Mondiali del 1974 per le imprese dell’Arancia Meccanica di Cruijff e Neeskens. Mentre in Italia andavano ancora di moda i lanci lunghi, il catenaccio e il contropiede, Viciani fu tra i primi a mettere in pratica in provincia qualcosa di originale, facendo le fortune di Ternana e Palermo prima, e della stessa Cavese qualche anno dopo. Se i suoi ragazzi, rispetto agli avversari, non erano dotati di un tasso tecnico elevato, dovevano sopperire al divario con movimenti compatti, rapidi e tanta corsa. Con Viciani tutti diventavano importanti e nessun pallone doveva essere sprecato. Nell’economia di una squadra operaia i calciatori dai piedi buoni come Alberto Urban si esaltavano ancora di più. E il vecchio maestro, che voleva bene ai suoi ragazzi come un padre di famiglia, per il folletto nativo di Saint Avold (Francia di Nord Est) ma friulano d’adozione, stravedeva, eccome. Anche se non lo dava a vedere, anche se lo riprendeva sempre quando esagerava in un dribbling di troppo, specialmente nelle giornate no. Urban era un trequartista atipico, un fantasista, un virtuoso del pallone: agiva da esterno d’attacco e amava vagare per il campo alla ricerca del colpo a sorpresa. Viciani non lo vincolava in un ruolo preciso: era lui che si muoveva tra le linee e sceglieva la posizione migliore per sé e per la squadra.
Per battere la Salernitana quel pomeriggio di aprile del 1985, e fare un passo decisivo verso la salvezza, ci voleva il miglior Urban, quello capace di far ammattire le difese avversarie con le sue serpentine imprevedibili, quello capace di partire largo sulla fascia, per poi accentrarsi e aprire spazi per i compagni o concludere a rete. Difficilmente i derby tra Cavese e Salernitana erano partite spettacolari. Erano gare molto sentite, che si giocavano sul filo dei nervi. Quando la tensione ti attanaglia e la posta in palio è altissima, a decidere spesso è l’episodio o la giocata del singolo. Viciani lo sapeva e aveva coccolato tutta la settimana il suo campione, caricandolo al massimo. Quando Urban entrò in campo insieme con i compagni, tra le urla di incitamento dei distinti e la coreografia da brivido della curva, una scarica di adrenalina lo scosse dalla cintola in giù. Tirò un sospiro più lungo del solito e chiuse gli occhi. Quella sarebbe stata la sua partita. Non poteva fallire.
I granata di Ghio erano una squadra molto esperta che concedeva poco a chiunque. Nel derby di andata, il 25 novembre 1984, la Salernitana si era imposta per 1-0 grazie alla rete di Lombardi. Fu una delle ultime uscite di Benetti sulla panchina della Cavese. Viciani, che già in passato contro i granata aveva regalato delle gioie indimenticabili al pubblico metelliano, era deciso a dare ancora una volta l’anima per il popolo di fede aquilotta. Per l’occasione il tecnico toscano si affidò ad un undici ben rodato: Oddi in porta; Rispoli, Malaman, Bobbiesi e Signorini in difesa; Mari, Malisan, Pavone e Urban a centrocampo; Di Michele e Mandressi in attacco. Ghio, che doveva fare a meno del libero De Nadai e dell’attaccante Perrotta, spostò stranamente Zaccaro nelle vesti di centromediano metodista, lasciando Pecchi troppo solo in attacco. L’undici iniziale della Salernitana fu pertanto il seguente: Boschin, Vignini, Bazeu, Ferrante, Conforto, Bianco, Iuculano, Belluzzi, Zaccaro, Lombardi, Pecchi. La mossa inizialmente sembrò dare i suoi frutti, in quanto i granata si portarono in vantaggio dopo neanche un quarto d’ora con Belluzzi, lesto a ribadire in rete da due passi un calcio di punizione tagliato dello stesso Zaccaro. Il Lamberti ammutolì per pochi istanti. Poi il cuore pulsante del tifo metelliano chiamò a raccolta tutti i settori dello stadio e il popolo cavese si strinse attorno ai suoi beniamini che dovevano provare a ribaltare il risultato e a vincere la gara più importante dell’anno. Urban cominciò la sua battaglia personale contro il nemico granata e iniziò con una serie di dribbling e di giocate d’alta scuola a trascinare i compagni verso l’incredibile rimonta.
Il pareggio giunse al ventiseiesimo, dodici minuti dopo. Malaman lavorò un pallone sulla fascia sinistra e servì in area Mandressi. L’attaccante dal fondo eluse l’intervento di un avversario e appoggiò all’indietro per Urban. Il riccioluto numero sette, nel cuore dell’area ospite, evitò un paio di difensori e poi fulminò il portiere Boschin con una rasoiata beffarda che si insaccò quasi all’incrocio. 1-1, palla al centro e tutto da rifare. Lo show di Alberto Urban era solo all’inizio. Il meglio sarebbe venuto nella ripresa. In 120 secondi, tra il 52’ e il 53’, la Cavese ribaltò il risultato e mise al sicuro le sorti dell’incontro con un uno-due che avrebbe steso chiunque, anche un pugile navigato che si siede all’angolo al termine di un round, convinto di poter controllare a piacimento il combattimento e di colpire come e quando vuole, senza alcuna fatica.
Il 2-1 per la Cavese lo mise a segno Mandressi di giustezza, su assist di Malisan, beffando sul filo del fuorigioco la retroguardia granata e il portiere Boschin. Il Lamberti esplose. Ma i giocatori della Salernitana non ebbero nemmeno il tempo di riprendere il gioco che arrivò il colpo del kappaò. L’azione fu veramente fulminea. Urban recuperò il pallone sulla linea di metà campo, approfittando di un’incomprensione tra un attaccante e un centrocampista granata, e si lanciò in una folle corsa penetrando prima da destra e poi centralmente nella metà campo ospite. Più accelerava, più diventava imprendibile, più l’area di rigore si avvicinava. In quel momento il tempo si fermò. Il cielo era coperto, faceva abbastanza freddo, nonostante si giocasse in una domenica di metà aprile. Ma Urban correva, quasi volava, incurante di quello che accadeva intorno a lui. La gente sugli spalti sembrò trattenere il fiato. Cosa stava facendo Urban? Dove stava andando? Stava accadendo davvero?
In men che non si dica, il numero sette della Cavese arrivò al limite dell’area. In quell’istante, si ritrovò in una piccola porzione di campo, nei pressi della lunetta, attorniato da cinque difensori della Salernitana che stavano ripiegando disperatamente con l’intento di fermarlo. Urban caracollò a destra e a sinistra, saltandoli come birilli. Dalla linea di metà campo, più o meno all’altezza delle due panchine, era arrivato in area, davanti a Boschin che gli uscì incontro con tutto il corpo proteso in avanti, come un prode kamikaze. Con un tocco delicato Urban lo scavalcò, depositando la palla in rete, e continuando la sua corsa irresistibile sotto la curva impazzita di gioia. L’urlo del Lamberti fu terrificante, riecheggiò in tutta la vallata e arrivò fino alle porte di Salerno. Urban aveva segnato un gol straordinario. Si era caricato la squadra sulle spalle e l’aveva condotta alla vittoria con una doppietta magnifica e con una prodezza che non sarebbe mai stata dimenticata.
Quando era piccolino, e giocava in strada a Tolmezzo, il centro più importante della Carnia in provincia di Udine, Alberto si divertiva sempre a prendere il pallone e a correre più veloce degli altri. Già allora non riuscivano mai a fermarlo. Era nato in Francia nel 1961 ed aveva vissuto al di là delle Alpi per i primi sei anni della sua vita. Poi i suoi erano tornati in Friuli perché il papà Giovanni aveva avuto dei problemi al cuore. Era stato lui a trasmettergli la passione per il calcio. Era tifoso del Real Imponzo e lo portava a vedere la sua squadra del cuore durante le partite del campionato carnico. Purtroppo nel 1971 Giovanni ebbe un altro infarto che stavolta non gli diede scampo e la mamma di Alberto, la signora Luciana, dovette rimboccarsi le maniche per tirare su lui e sua sorella Carla e portare avanti la famiglia. Giovanni non poté mai ammirare Alberto su un campo di calcio vero. Né a Tolmezzo, né a Gorizia, né a Udine. Quando nel 1983 il direttore sportivo dei bianconeri Franco Dal Cin lo portò alla corte di Enzo Ferrari, Urban era uno dei giovani più promettenti di tutta la serie A. Era un’ala rapida e sgusciante, dotato di notevole tecnica individuale, alla Roberto Filippi, alla Claudio Sala, alla Kevin Keegan, per citare i miti di quell’epoca. Per qualche mese si allenò con la prima squadra e conobbe da vicino Zico, il fuoriclasse brasiliano che l’Udinese aveva ingaggiato dal Flamengo e che per un paio di stagioni, con la sua presenza, diede lustro al nostro campionato.
Poi ad ottobre del 1983 arrivò la chiamata della Cavese in B, e Alberto, su consiglio anche di un ex aquilotto che giocava a Udine, Paolo Miano, accettò la corte dei biancoblù e si trasferì al sud in comproprietà. A Cava Urban rimase per tre stagioni, fino al 1986, collezionando 85 presenze e 16 reti tra B e C/1. Dopo la retrocessione per illecito sportivo, nell’estate del 1986 seguì Franco Liguori a Cosenza. In Sila rimase altre tre stagioni, diventando anche lì un beniamino del pubblico, e contribuendo nel 1988 alla promozione in B dei calabresi guidati da Di Marzio. Nella stagione 89/90 fu ingaggiato dal Genoa di Franco Scoglio ed ebbe l’onore di riaffacciarsi da protagonista in serie A, ritrovando all’ombra della Lanterna quel Gianluca Signorini con il quale aveva condiviso per un anno lo spogliatoio del Simonetta Lamberti, le strane maglie biancoazzurre dell’Adidas, il posto al tavolo del ristorante Napoleon, le passeggiate sotto i portici, e le lezioni di tattica del mister Viciani con le tazzine di caffè del Bar Remo.
Il gol del 3-1 di Urban nel derby con la Salernitana del 14 aprile 1985 può essere considerato uno dei più belli della storia della Cavese, se non il più bello. E’ il nostro “gol del secolo”, come quello di Maradona all’Inghilterra nella cornice dello stadio Azteca. Anche a Salerno non hanno dimenticato quel gol: non hanno mai perdonato Urban, anzi, hanno cercato più volte calcisticamente di fargliela pagare. L’anno dopo a Cava, nel derby del 1986 terminato in parità (2-2), il biondo mediano della Salernitana Franco Conforto, con un intervento assassino, mise fuori gioco Urban dopo neanche un giro di lancette. Urban fu costretto a lasciare il campo e fu portato in ospedale: gli praticarono trenta punti di sutura sulla coscia e dovette stare fermo più di un mese. Quando il 17 aprile 1988, con la maglia del Cosenza, Urban espugnò di misura il Vestuti (0-1), ricevette nuovamente un trattamento tutt’altro che amichevole. Ancora una volta, contro la Salernitana, fu lui il mattatore della sfida. Per tutta la partita mise in crisi la retroguardia con le sue percussioni in velocità. Il difensore granata Claudio Cocco, che lo seguiva a uomo, se la prese con le sue caviglie, senza beccare neanche una volta il pallone. Fu una delle partite più dure della carriera di Urban, che lasciò il campo a fine partita, protetto dai suoi compagni per evitare guai peggiori. Cocco, che per la sua capigliatura bionda assomigliava ad un tedesco, senza riuscirci, aveva provato ad emulare un altro biondo mediano granata, quel Conforto protagonista dell’intervento killer nel derby del 1986. Dopo quella partita, per un bel po’ di tempo, nel bar di Matteo Romeo a Marina di Vietri, dove si incontravano i calciatori di Salernitana, Cavese, Paganese e Nocerina, e dove Alberto Urban era di casa, Franco Conforto evitò accuratamente di farsi vedere.

Fabrizio Prisco

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