Cavese – 100X100 CAVESE DI FABRIZIO PRISCO: IL DERBY DI JOSÉ

0

100X100 CAVESE DI FABRIZIO PRISCO: IL DERBY DI JOSÉ

Non chiamatelo semplicemente calcio. In Argentina, la patria del tango, dove tutto è passione, il gioco del football è molto di più, è un affare di stato. Non esiste argentino che non sia disposto a dare la vita per la propria squadra del cuore. Non ci credete? Provate a chiederlo a Papa Francesco: lui che è un tifoso sfegatato del San Lorenzo vi dirà la stessa cosa. Non esiste derby nella terra delle pampas che non abbia tradizioni e personaggi degni di un romanzo popolare. Se il “Clàsico” più antico è quello che mette di fronte il Rosario e il Newell’s Old Boys, che si affrontarono per la prima volta addirittura nel 1905, quello più famoso resta il mitico Boca-River, non a caso definito “Superclàsico”.
In Argentina, come in tutto il Sudamerica, il calcio lo fecero conoscere gli inglesi. Ma un notevole contributo allo sviluppo dello sport più popolare al mondo venne dato anche dai numerosissimi immigrati italiani, in particolar modo genovesi, giunti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento a caccia di fortuna. A Buenos Aires, nel quartiere popolare de La Boca, situato nella zona sud-est della capitale, quasi contemporaneamente, nacquero sia il Boca che il River. Nel 1901 il River Plate, la cui denominazione in inglese è la trasposizione di Rio de La Plata; nel 1905 il Boca. Fino alla metà degli anni Venti i due club condivisero la passione di un intero quartiere, caratterizzato dai “Conventillos”, le case degli italiani, fatte di legno e lamiera. Uno spettacolo di luci e tinte sgargianti che ancora oggi colpisce chi fa una passeggiata lungo il Caminito, la pittoresca via museo che attraversa La Boca, una delle principali attrazioni turistiche della città. Pare che la miscellanea cromatica che anima le abitazioni sia da attribuire alla celebre avarizia dei genovesi che, per dipingere le case, avrebbero utilizzato i resti delle vernici delle barche del porto. Poi dal 1923 il River si spostò prima nel “Barrio” Palermo, quindi nel ricco quartiere di Nunez, in una zona a nord di Buenos Aires.
Oggi la rivalità tra Boca e River è cresciuta e in Argentina riveste un carattere sociale: il Boca è la squadra del popolo, il River quella dei ricchi. Non a caso i giocatori del River sono conosciuti come i “Millonarios”, i Milionari: grazie alle cessioni dorate di Di Stefano al Real Madrid e di Sivori alla Juventus, alla fine degli anni Cinquanta, il club finì di costruire il primo anello della quarta tribuna dello stadio Monumental. I rivali del Boca, che li guardano con disprezzo, li chiamano invece “Gallinas”, le Galline. Il nome ha origine dalla sconfitta nella finale di Coppa Libertadores del 1966 contro il Penarol, quando il River, in vantaggio per 2-0, perse clamorosamente per 4-2 ai tempi supplementari.
Cosa c’entrano il Boca, il River e le calde atmosfere dei derby sudamericani con la Cavese? C’entrano, c’entrano. Il protagonista del nostro racconto di questa settimana è infatti un portiere italo argentino, Josè Cafàro, che giocò a Cava per due anni, dal 1977 al 1979, e che ancora oggi viene ricordato dai tifosi per le sue prodezze nelle sfide infuocate con la Salernitana. Tutti gli innamorati della maglia biancoblù sanno benissimo che, tra le gare di campanile, quelle con i granata sono indiscutibilmente le più sentite. In quegli anni, quando spesso in campo e sugli spalti le partite si coloravano di episodi da film western o, se volete, da scazzottate degne dei film di Bud Spencer e Terence Hill, il nostro numero uno si rese protagonista di un episodio che lo ha fatto entrare nella leggenda. Ma prima di entrare nel dettaglio per rivivere quei momenti, facciamo un passo indietro e procediamo con ordine, per conoscere meglio quel temibile “arquero” venuto da lontano.
Josè Cafàro è nato il 21 luglio del 1948 a Briatico, un piccolo comune calabrese che si affaccia sul Golfo di Sant’Eufemia. Quando il bambino venne alla luce, Briatico apparteneva alla provincia di Catanzaro, oggi invece fa parte di quella di Vibo Valentia. Era da poco terminata la guerra e il paese, già allora, non offriva grandi prospettive. La famiglia Cafàro, pertanto, decise di emigrare in Argentina, stabilendosi a San Martìn, una città della provincia grande di Buenos Aires situata nel centro nord dell’area metropolitana della capitale. Josè cominciò presto a giocare a calcio nelle giovanili dell’Atlanta. Non riuscì ad esordire nella massima serie, e venne ceduto al Platense in serie B. Ma il 3 marzo del 1973, contro il Banfield, Cafàro assurse agli onori della cronaca parando tre rigori nella stessa partita, due a Hugo Mateos e uno a Juan Carlos Lallana. Il Platense perse 5-3, ma in Argentina ancora oggi parlano di quell’impresa. In virtù delle indiscutibili doti tra i pali, e anche grazie alla doppia nazionalità, Josè venne notato da un osservatore italiano e tornò nella sua patria d’origine. Sbarcò a Milano, sulla sponda rossonera, con una valigia carica di sogni. Ma al Milan, chiuso da Vecchi, Albertosi e Tancredi, trovò pochissimo spazio. L’unica presenza ufficiale con la maglia del Milan la collezionò il 1° maggio del 1974, nel derby di Coppa Italia perso 2-1 con l’Inter. Andò in prestito al Barletta, poi passò in serie B al Brescia dove rimase per due campionati. Nelle fila delle rondinelle giocò al fianco di Beccalossi e “Spillo” Altobelli e ritrovò un allenatore argentino, Antonio Valentin Angelillo, con il quale seppe esaltarsi, sfiorando di un soffio la promozione in serie A.
Quando Cafàro arrivò a Cava, nell’estate del 1977, c’era da sostituire il portiere Liseo Filadi, uno dei protagonisti della promozione dalla D, che aveva seguito al Barletta, insieme a Guerrato e Corsi, l’allenatore Francisco Ramòn Lojacono. Al posto del sergente di ferro argentino, la dirigenza aquilotta scelse Pietro Fontana, ex difensore di Ternana, Arezzo e Brindisi, appena uscito dal supercorso di Coverciano. Della squadra che aveva appena vinto il campionato rimasero soltanto Gregorio, Porcelluzzi, Scardovi, Cavuoto e Scarano. La rosa fu stravolta radicalmente, ma insieme a Cafàro furono ingaggiati calciatori di spessore come il libero bergamasco Vittorio Belotti, di scuola atalantina, ma proveniente dall’Udinese, lo stopper Verdiani dal Foggia, Papa e Braca dal Catanzaro, Dalla Bona dalla Primavera della Lazio, l’ala destra del Martina Franca Carrozzo che tanto aveva impressionato nella sfida giocata al Comunale il 22 maggio del 1977, e l’estroso Piero Burla dal Venezia, con cui Josè aveva condiviso la pur breve esperienza con il Milan. All’inizio della stagione fu acquistato anche l’attaccante Cassarino del Marsala, mentre ad ottobre vennero ceduti Scarano, Cavuoto e Porcelluzzi, e al loro posto giunsero alla corte di Fontana i vari Marozzi, Salvatori e Moscon.
Fin dalle prime uscite i tifosi della Pro Cavese si innamorarono del nuovo estremo difensore. Dotato di un fisico imponente, Cafàro era un gatto tra i pali e sapeva farsi rispettare anche nelle uscite. L’area di rigore era il suo regno e sui calci d’angolo amava andare a recuperare i palloni sulla testa degli avversari. Era il classico uomo spogliatoio e aveva una forte personalità. Più il clima in campo si faceva rovente, più lui si esaltava e si faceva sentire con il suo linguaggio colorito che mescolava parole italiane ed espressioni tipicamente sudamericane. Il battesimo di fuoco per Josè avvenne il 23 ottobre 1977 alla settima giornata, allo stadio Vestuti, contro la Salernitana. Il derby con i granata tornava dopo ben 33 anni e nessuna delle due contendenti ci stava a perdere. Nell’impianto di piazza Casalbore accorsero più di diecimila spettatori. Mille furono i tifosi giunti da Cava. La gara, molto sentita, ricordò al portiere le atmosfere surriscaldate cariche di tensione delle stracittadine di Buenos Aires. Mentre il pubblico del Vestuti ringhiava e reclamava lo scalpo dei cavesi, Josè allargava le spalle e incitava i compagni alla battaglia. Nel clima incandescente, segnato da incidenti sugli spalti e da interventi ai limiti del regolamento da ambo le parti sul rettangolo di gioco, Cafàro negò in più di una circostanza la gioia del gol agli avanti salernitani. Anzi, con il passare dei minuti, divenne un autentico baluardo.
Il match, tesissimo, fu palpitante. Al 36’, a sorpresa, passò in vantaggio la Pro Cavese con Burla, abile a toccare per ultimo prima che il pallone terminasse in rete una conclusione di Cassarino. Nella ripresa la Salernitana pareggiò al 64’ con Tivelli su rigore, e poi si portò in vantaggio con Ghilardi al 73’. Ma, a sei minuti dal termine, Braca con un lancio millimetrico riuscì a scardinare la retroguardia della squadra di Facchin e Scardovi fu lesto ad incunearsi e a battere il portiere granata De Maio. La rete del 2-2 che sanciva il pareggio della compagine biancoblù sapeva di beffa per i più quotati padroni di casa. La Pro Cavese, tuttavia, non aveva rubato nulla. Sul finire il direttore di gara, il signor Vitali di Bologna, mandò anzitempo negli spogliatoi per gioco falloso e condotta ostruzionistica De Tommasi, che all’epoca come Tivelli vestiva la casacca granata, e Scardovi, e le due squadre conclusero l’incontro in inferiorità numerica. Al triplice fischio sugli spalti si accesero le consuete scaramucce e i nostri calciatori dovettero aspettare fino a tarda sera per poter ritornare a Cava, scortati dai cellulari della polizia. Al loro arrivo nella valle metelliana furono accolti da una folla festante. Gli eroi vennero salutati e ringraziati uno a uno con cori di giubilo. In quel momento Josè si sentì veramente a casa e si legò profondamente alla nostra città. Si ricordò di quando in estate i tifosi cavesi gli avevano fatto capire quanto ci tenessero a non perdere a Salerno, e si rese conto che con le sue parate li aveva resi felici.
Il vero capolavoro però il portierone argentino lo compì nel derby di ritorno. La Pro Cavese, dopo una buona partenza che l’aveva proiettata nelle zone alte della classifica, era andata in crisi. La sconfitta di Brindisi del 5 marzo 1978 risultò fatale a Fontana che, prima di essere esonerato, decise di dare le dimissioni. Gli aquilotti, all’asciutto di vittorie da quasi due mesi, attendevano la visita della Salernitana e si presentavano alla gara dell’anno con il morale sotto i tacchi e senza una guida tecnica. La società metelliana, in attesa di trovare un degno sostituto del tecnico aretino, affidò la squadra all’allenatore in seconda Lello Pagano, che era originario proprio di Salerno. Domenica 12 marzo 1978 andò in scena al Comunale una partita storica. Lo stadio di corso Mazzini venne riempito da circa ottomila spettatori di fede biancoblù che facevano un baccano d’inferno. Uno sparuto gruppo di sostenitori granata si sistemò in Curva Sud.
L’undici presentato da Pagano fu il seguente: Cafàro, Gregorio, De Biase, Belotti, Verdiani, Papa, Cassarino, Carrozzo, Moscon, Braca, Burla. La Salernitana rispose con De Maio, Scotto, Marchi, Zazzaro, Sepe, Consonni, Gioia, Tinaglia, De Tommasi, Di Risio, Tivelli. L’arbitro Sarti di Modena ebbe il suo da fare per tenere le redini del match. La Pro Cavese timorosa e stranita degli ultimi tempi apparve immediatamente trasformata. Gli ospiti andarono subito in difficoltà. Dopo un inizio all’arma bianca, durante il quale i granata più volte furono sul punto di capitolare, al 22’ gli aquilotti passarono in vantaggio con Cassarino, bravo di testa a schiacciare in rete un preciso cross dalla destra di Carrozzo. Il gol dell’1-0 che fece esplodere il Comunale galvanizzò ulteriormente i padroni di casa. La Salernitana in campo non c’era, gli ospiti commettevano errori a ripetizione. Marchi e Sepe si aggiravano svagati per il campo, mentre De Tommasi e Tivelli venivano continuamente derisi da Cafàro. Più di una volta i due futuri aquilotti furono sul punto di perdere le staffe. Al 27’ Braca subì un bruttissimo intervento che gli procurò un taglio profondo sulla coscia. Ma il regista abruzzese strinse i denti e decise coraggiosamente di restare in campo. Il tempo si chiuse con una bella parata di Josè su Zazzaro e con una occasione fallita malamente da Gioia.
Nella ripresa la Salernitana rientrò in campo decisa a ribaltare la situazione, ma le folate in contropiede di Cassarino e Moscon furono il leit motiv anche dei secondi quarantacinque minuti. La Cavese rischiò di raddoppiare già dopo cinque minuti: Moscon rubò la palla a Sepe e servì in area Cassarino, ma stavolta De Maio fu lesto a chiudere lo specchio sia all’ex centravanti del Marsala, sia allo stesso Moscon. Dopo un quarto d’ora la Salernitana si giocò la carta Mujesan al posto dell’evanescente Gioia, ma non cambiò nulla. Anzi, il raddoppio della Cavese si materializzò sul serio al 35’ minuto: palleggio serrato di Carrozzo e taglio in profondità per Moscon. L’attaccante aquilotto si involò in velocità, doppiando lo sciagurato Sepe che era in vantaggio di tre metri, e superò in uscita l’incolpevole De Maio. Il gol della sicurezza suscitò le veementi proteste dei tifosi della Salernitana che già in precedenza, come De Tommasi e Tivelli, avevano subito dal campo gli sfottò di Cafàro. Il portiere rivolgeva le spalle alla Curva Sud e, senza farsi vedere dall’arbitro, faceva dei gesti inequivocabili con le dita. Fu a quel punto che un paio di supporters salernitani entrarono sul rettangolo di gioco per farsi giustizia da soli, eludendo il servizio d’ordine, e si diressero verso il portiere argentino con fare minaccioso. Ma Josè, nonostante fosse da solo, non si tirò indietro.
Proprio come in un saloon del vecchio West, Josè andò incontro ai due assalitori, deciso a rispondere colpo su colpo. Mentre uno, il più magro, gli sferrava un calcio alla mandibola, l’altro gli saltava addosso, colpendolo ripetutamente alla coscia destra. Josè si difese, come poteva, senza paura. Anzi, puntando sul coraggio, sulla sua stazza e sul temperamento, riuscì a rispondere per le rime a quei colpi proibiti. Furono cinque minuti di caos assoluto. Contemporaneamente venne colpito dall’altra parte, nella zona delle panchine, anche il portiere in seconda della Salernitana Degli Schiavi. Il gioco riprese solamente quando le acque si furono calmate. Cafàro rimase regolarmente al suo posto, come un gladiatore dell’antica Roma, tra gli applausi e l’ovazione del pubblico, mentre Degli Schiavi uscì dal campo in barella. Gli aggressori vennero fermati, identificati e portati in caserma. Dopo un palo colpito di testa all’87’ da Mujesan, l’ultimo ad arrendersi tra i giocatori granata, ad una manciata di secondi da termine anche il portiere della Salernitana Fulvio De Maio si accasciò sul prato del Comunale, forse in preda ad un malore. L’arbitro Sarti di Modena fischiò anticipatamente la fine, mandando tutti negli spogliatoi. Gli scontri tra le opposte fazioni continuarono ancora per diversi minuti.
La Salernitana presentò riserva scritta, ma il giudice sportivo confermò il risultato del campo. Cafàro fu portato in ospedale per accertamenti, ma il portiere argentino venne immediatamente dimesso. Da quel giorno divenne l’idolo indiscusso del Comunale. Contro la Salernitana non si era distinto solo per le consuete parate e per gli interventi prodigiosi tra i pali. Per qualche istante, rispondendo per le rime all’aggressione dei tifosi granata, senza mostrare la minima esitazione, aveva incarnato in pieno il sentimento di un qualsiasi cittadino di Cava de’ Tirreni. Josè aveva smesso i panni del calciatore, per vestire quelli dell’ultras. Non tutti, al suo posto, avrebbero fatto lo stesso.
A dimostrazione dell’enorme affetto della gente e della stima di tutti gli sportivi, a fine campionato al numero uno venne conferito il prestigioso trofeo “Aquilotto dell’anno”, messo in palio da Radio Metelliana. A Cava, nel frattempo, per sostituire Fontana, dopo il brevissimo interregno di Lello Pagano, venne chiamato dalla dirigenza Corrado Viciani. Josè e l’inventore del “gioco corto” lavorarono fianco a fianco per un anno e mezzo. Il tecnico toscano ebbe il suo bel da fare per gestire uno spogliatoio con tanti elementi molto diversi da loro e dotati di una spiccata personalità. Poi, al termine della stagione successiva, le strade di Cafàro e della Pro Cavese si separarono. Era l’inizio dell’estate del 1979. Convinto dalla nostalgia e dalla moglie Stella, Josè tornò in Argentina e andò a giocare nel Talleres di Cordoba. Prima di ritirarsi, vestì ancora le casacche del Tigre, del Chacarita, del Porvenir, e del Ferrocaril di Tandil, giocando insieme con il padre di David Trezeguet.
Oggi Cafàro vive a Villa Devoto, un tranquillo quartiere di Buenos Aires, polmone verde della città. Da quando ha smesso, ha gestito un negozio di abbigliamento sportivo nella zona di Quilmes, ha lavorato come autista per un’azienda di noleggio auto, ha due figli e due nipoti, e non appena può va a vedere il River al Monumental. Non ha dimenticato la Cavese e i suoi tifosi. Basta andare sulla sua pagina Facebook per vedere che spesso dedica alla nostra città una foto che riemerge dal passato o una frase carica di nostalgia. Una delle caratteristiche positive dei social è quella di accorciare le distanze del tempo e dello spazio. Anche se si trova dall’altra parte del mondo, è impossibile dimenticare uno come Cafàro che ha dato tanto per i nostri colori. Non si poteva fare a meno dei suoi baffoni e della sua incontenibile allegria, anche nei momenti difficili.
Una volta, in un periodo in cui i risultati non venivano, Viciani pretese un confronto tra i calciatori all’interno degli spogliatoi. Quando arrivò il suo turno, il portierone espresse il suo pensiero, come sempre a metà strada tra l’Italia e l’Argentina: “Io non ho potuto reazionare…”, disse. Voleva dire “reagire”. Tutti si trattennero a stento. Ferrari ridacchiava sperando di non farsi vedere da Josè. “E tu che cavolo mi ridi, che sembri una ballerina in campo!”, fu la risposta del numero uno al terzino, tra il serio e il faceto. Da quel giorno, tra gli aquilotti, quella frase divenne una sorta di ritornello. L’epiteto “ballerina”, così come il termine “reazionare” divennero di uso comune nello spogliatoio della Pro Cavese. E Josè come la prese? Niente, se la rideva di gusto. Perché come tutti i sudamericani non serbava mica rancore, anzi. Era il nostro gigante buono, Josè, l’uomo senza macchia e senza paura che quando vedeva il granata diventava invincibile come i supereroi della Marvel. E scusate se è poco.

Fabrizio Prisco

Vuoi ricevere sul tuo smartphone notizie come questa ed essere sempre aggiornato su Cava de’ Tirreni? Attiva Gratis il Servizio Whatsapp o Scarica gratuitamente Cavasmart, la prima applicazione sulla città di Cava de’ Tirreni!

Se hai Android clicca quì!

 

Se hai Apple clicca quì!

Share.

About Author

Comments are closed.