Cavese – 100X100 CAVESE DI FABRIZIO PRISCO: LO STRISCIONE PIÙ LUNGO D’EUROPA

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100X100 CAVESE DI FABRIZIO PRISCO: LO STRISCIONE PIÙ LUNGO D’EUROPA

Il 9 ottobre 2012, a Buenos Aires, in Argentina, i tifosi del River Plate entrarono nel Guinness dei Primati realizzando lo striscione più imponente della storia: un drappo bianco e rosso lungo 7.829,74 metri e largo 4,5. L’idea, nata su internet, in brevissimo tempo coinvolse un numero imprecisato di soci e simpatizzanti del River. Migliaia di fan dei “Millonarios”, si dice più di 50.000, trasportarono il gigantesco bandierone dal quartiere Palermo, luogo dove sorgeva il vecchio stadio, fino al “Monumental”, l’impianto noto per aver ospitato la finale dei Mondiali 1978 tra i sudamericani e l’Olanda. La processione durò quasi tre ore. Il primato precedente apparteneva ad un’altra squadra argentina, il Rosario Central, i cui tifosi per il 120esimo anniversario del club avevano preparato uno striscione di “solo” 4.300 metri. Tre anni prima in Europa, all’inizio di settembre del 2009, a Belgrado, durante una partita tra Serbia e Francia, valida per le qualificazione ai Mondiali del Sudafrica, i supporters serbi avevano esposto uno striscione di 90 metri, con la scritta “Srze na terenu” (Il cuore in campo). In Italia il primato, alla fine degli anni Settanta, se l’erano aggiudicato i laziali che il 1 ottobre del 1978, all’Olimpico, contro la Juventus, avevano mostrato la prima versione del celebre “Eagles’ Supporters”: uno striscione lungo 56 metri, confezionato in quasi quattro settimane su una stoffa blu, pitturando di bianco una lettera alla volta, e usando i phon per far asciugare più in fretta la vernice. Il drappo divenne ancora più famoso all’inizio degli anni Ottanta quando fu scelto per la sigla di Novantesimo Minuto.
Anche la Cavese detiene un piccolo record. Il 5 gennaio 1986 al Simonetta Lamberti, in occasione di una sfida con il Cosenza, in curva sud fu srotolato uno striscione di ben 133 metri: in quel momento era il più lungo d’Europa. Realizzarlo fu una vera e propria impresa che coinvolse quattro amici per la pelle, animati da un amore incondizionato per la maglia biancoblù, con alle spalle un intero quartiere. È una storia molto particolare: se avete voglia di conoscerla fino in fondo, mettevi comodi e leggete queste righe con attenzione. Vi troverete catapultati in un calcio genuino che purtroppo non esiste più da un pezzo.
Negli anni del dopo terremoto a Cava de’ Tirreni il Rione Gescal, nella zona di Santa Maria del Rovo, era già uno dei più popolosi e variegati della città. Era un alveare, abitato da tanti lavoratori, con poche aree destinate ai ragazzi e svariati problemi all’ordine del giorno. Ma, nonostante qualche “testa calda”, alla Gescal non si viveva male: ci si conosceva tutti e si respirava un’aria di grande rispetto e solidarietà. Alla Gescal, insomma, anche se eri in difficoltà, non ti sentivi mai solo.
Peppe “Fumiello”, all’anagrafe Giuseppe Ferrigno, all’inizio di settembre del 1985 non aveva ancora compiuto diciotto anni. Lavorava come apprendista nella falegnameria di Antonio Nunziante, tra San Vito e Viale Marconi, e aveva in testa solo la Cavese. Lo chiamavano “Fumiello” perché era lungo e sottile come le sigarette sfuse che lui e i suoi compagni compravano al tabacchino di Viale Marconi. Per seguire gli Aquilotti aveva lasciato addirittura la scuola. Nemmeno la retrocessione dalla serie B del 1984 e l’incredibile sconfitta di Pistoia all’ultima giornata, avevano scalfito la sua incrollabile fede. Anzi, per il nuovo campionato di C/1 ormai alle porte, stava pensando di realizzare qualcosa di originale per lasciare il segno e coinvolgere l’intera tifoseria al seguito della compagine metelliana.
Da qualche tempo Peppe aveva adocchiato un maestoso rotolo di stoffa blu che giaceva nel magazzino della tappezzeria di Attilio Nunziante, il fratello del suo datore di lavoro, che si trovava proprio di fronte alla falegnameria dove trascorreva le sue giornate. “Sai che bello striscione si potrebbe realizzare con quella stoffa”, pensava di continuo tra sé e sé. Così una mattina, in un raro momento di pausa, il ragazzo chiese ad Attilio il prezzo al metro di quel tessuto.
– Stai pensando di farci uno striscione da portare al campo, vero? Quanto te ne occorre? – gli chiese il tappezziere.
– Dipende da quanto me la fate al metro…
– Solitamente questa stoffa la vendo a 1.200 lire al metro. Allora?
Peppe rimase un attimo in silenzio. Poi rispose.
– Me ne servono almeno 100 metri!
– Cooosaaa? 100 metri? Ma fai veramente?
– Non sto scherzando… – gli disse Peppe quasi risentito.
– Mmmm… Se prendi un pezzo di stoffa così grande, te la do a 1000 lire al metro. Per il pagamento parla con mio fratello Antonio. E’ lui che ti dà lo stipendio. Sono 100.000 lire, è una bella cifra.
Peppe annuì. Sapeva già, comunque, che con Antonio in un modo o nell’altro avrebbe trovato un accordo.
– Facciamo così – gli propose il falegname – visto che ti do 60/70 mila lire a settimana, non ti pago per quindici giorni e così siamo a posto.
– Affare fatto.
La sera stessa Peppe parlò dell’idea che gli era venuta nel circolo del quartiere, con i suoi amici più fidati.
– Uno striscione di 100 metri? E come lo facciamo? – gli ribatté Giovanni Milito.
– Tu sei pazzo, “Fumiello”… – urlarono in coro Antonio Caso e Generoso Pagano.
Peppe però non si diede per vinto. Prese carta e penna e cominciò a disegnare una sorta di bozza del progetto. Prima di andare a casa aveva già convinto tutti. Ci avrebbero provato, eccome, nonostante potesse sembrare una follia. D’altra parte la Cavese era la Cavese, per la maglia biancoblù questo e altro.
La trovata di preparare uno striscione così grande, il più lungo d’Europa per l’epoca, in breve tempo coinvolse tutto il Rione Gescal. Ogni sera i ragazzi si ritrovavano nel circolo per lavorare fino a tarda notte. Mario il salumiere mise a disposizione tre o quattro secchi di vernice bianca con i pennelli, per la scritta. A turno qualcuno portava una pizza o dei panini per la cena. Dell’iniziativa fu messo al corrente anche don Guerino Amato, il patròn della Cavese. Conosceva molto bene Peppe Ferrigno, era andato a scuola con sua madre a Passiano. Anche don Guerino volle contribuire e fece recapitare ai ragazzi 200.000 lire. La frase da scrivere sullo striscione venne in mente al fratello di Peppe, Umberto: “La Cavese è una fede e noi i suoi seguaci”. Il carattere da utilizzare per le lettere venne scelto prendendo spunto da una scatola di fiammiferi americani. Antonio Caso iniziò a preparare la scritta su carta millimetrata, con l’intento successivamente di disegnare una lettera alla volta con delle squadrette di legno, per poi dipingerle con almeno due mani di vernice bianca sul fondo blu notte. L’obiettivo era quello di ultimare lo striscione e di portarlo allo stadio entro la fine dell’anno.
Dopo un paio di mesi di duro lavoro, quando si era a buon punto, ecco il colpo di scena, l’imprevisto che non ti aspetti. Il 24 novembre 1985 la Cavese aveva pareggiato in casa per 1-1 con la Casertana. I ragazzi si erano presi una serata di pausa e stavano vedendo in tv la Domenica Sportiva al Bar Mena, in via Garzia. Quando i conduttori Adriano De Zan e Alfredo Pigna chiamarono in causa la redazione di Firenze per coinvolgere Marcello Giannini su Fiorentina-Bari, Peppe e gli altri ebbero una infelice sorpresa.
La partita del “Franchi”, chiusa sullo 0-0, era stata particolarmente brutta, ma i tifosi viola quel giorno avevano festeggiato il ritorno in campo a quasi due anni di distanza del loro giocatore più amato, quel Giancarlo Antognoni che il 12 febbraio 1984, contro la Sampdoria, per colpa di un’entrata scomposta di Luca Pellegrini, aveva subito la frattura scomposta di tibia e perone. Per Antognoni non era la prima volta che restava così tanto tempo fuori dai campi di gioco. Tre anni prima una ginocchiata sulla tempia ad opera del portiere del Genoa Silvano Martina gli aveva procurato addirittura un arresto cardiaco e il centrocampista si era salvato grazie al pronto intervento del massaggiatore Raveggi che lo aveva strappato alla morte per il rotto della cuffia. Quando l’allenatore gigliato Aldo Agroppi, lo fece alzare dalla panchina per effettuare il riscaldamento, alle 15.25, lo stadio esplose in un boato. Non appena Antognoni entrò in campo al 22’ della ripresa al posto di Roberto Onorati, con la maglia numero 15 sulle spalle, la Fiesole srotolò un lenzuolo bianco di oltre 100 metri, 107 per la precisione, con su scritto: “Niente ti ha distrutto, sei come il sole, risorgi e illumini tutto”. Senza possibilità di smentita Marcello Giannini lo definì il più lungo d’Europa. Il servizio dell’inviato della Rai si apriva proprio con l’immagine della coreografia dei tifosi della Fiorentina. Antognoni aveva gli occhi lucidi. Per i ragazzi della Gescal fu un fulmine a ciel sereno.
– Dobbiamo farlo più grande… – esclamò senza battere ciglio Peppe, guardando con fierezza i suoi amici.
L’indomani andò da Attilio Nunziante, in tappezzeria, e si fece tagliare un’altra trentina di metri di stoffa blu. La sera stessa i ragazzi cominciarono a cucire i due pezzi del drappo, in modo che lo striscione divenne di 133 metri, per 1,70 di altezza. Alla prima parte della scritta, venne aggiunta una seconda frase: “Ultra Magic Fans Cava”. In questo modo il record dei tifosi della Fiorentina fu letteralmente polverizzato.
Lo striscione fu pronto per la fine dell’anno. Dopo la seconda mano di vernice bianca, i ragazzi aspettarono una bella giornata di sole per portare all’aria aperta l’enorme e maestoso lenzuolo blu. Le ultime lettere dipinte di bianco furono asciugate con l’ausilio di diversi asciugacapelli.
Il 5 gennaio 1986, alla quindicesima giornata del campionato di serie C/1 girone B, per la partita con il Cosenza, il drappo più lungo d’Europa fece la sua comparsa per la prima volta al Simonetta Lamberti. Peppe, Antonio, Giovanni, Generoso e i ragazzi della Gescal lo posizionarono dall’inizio della curva sud fino alla metà della tribuna scoperta: ci vollero almeno una dozzina di persone per tenderlo e per fissare alle inferriate gli spaghi che fuoriuscivano dalle borchie. L’emozione fu grandissima: dopo più di quattro mesi di lavoro fu difficile trattenere le lacrime. Al cospetto del grande ex Costante Tivelli che vestiva la maglia rossoblù dei calabresi, davanti a circa 5.000 spettatori, la Cavese di Franco Liguori scese in campo con il seguente undici: Assante, Bobbiesi, Andreoli, Accardi, Rocca, Caricola, Urban, Mari, Pavone, Malisan, Rovani. Il Cosenza di Vincenzo Montefusco rispose con Simoni, Marino, Nicolucci, Aita, Calcagni, Lombardo, Bergamini, Simeoni, Rovellini, Russo, Tivelli. Gli aquilotti si imposero di misura per 1-0 grazie ad un calcio di rigore concesso dal signor Piana di Modena, e trasformato da Alberto Urban. Al termine dell’incontro, mentre lo stadio a poco a poco si svuotava, Peppe e gli altri andarono a riprendersi lo striscione, ricevendo gli encomi da parte di tutti.
Il drappo realizzato nella Gescal ebbe un notevole successo e trovò numerosi riscontri anche sulla stampa locale e nazionale. Raffaele Senatore, corrispondente da Cava de “La Gazzetta dello Sport” diede ampio spazio all’iniziativa. Anche altri quotidiani come il “Mattino” di Napoli e il “Corriere dello Sport” lo fecero. Da quel momento lo striscione venne esposto regolarmente in curva nord, tutte le volte che al Lamberti non arrivava nessuna tifoseria ospite. Al termine di ogni partita veniva arrotolato e conservato in uno sgabuzzino sotto il settore distinti. Quando Peppe “Fumiello” e gli altri lo lasciavano appeso alle inferriate, esposto al vento e alle intemperie, interveniva immediatamente don Ciccio Salsano, il custode del Lamberti, che telefonava a casa Ferrigno e faceva il diavolo a quattro, temendo per l’incolumità del prezioso lenzuolo. A causa del vento infatti più di una volta lo striscione si danneggiò e fu ricucito.
Nel 1990 però, a causa di alcune infiltrazioni che allagarono la stanza dove era custodito, lo striscione fradicio d’acqua e di umidità cominciò a deteriorarsi. Peppe si arrabbiò moltissimo. E mentre il campionato 89/90 andava agli archivi, con l’ennesimo nulla di fatto, e cominciavano i Mondiali di Italia ’90, con l’Inghilterra che si allenava sul manto erboso dell’impianto di Via Mazzini, venne la fine anche per lo striscione più lungo d’Europa che scomparve definitivamente un anno dopo, nel 1991, con il fallimento della società metelliana.
Ricomparve diverso tempo dopo, restaurato da altri tifosi, in occasione di una partita casalinga con il Catania, prima di finire nell’oblio. Eravamo nuovamente in C/2 ed eravamo al tramonto degli anni Novanta. Il calcio era cambiato, Peppe e i suoi amici della Gescal erano cresciuti e non erano più dei ragazzini. Rivedere allo stadio la loro creazione fu un evento inaspettato. Da una semplice idea era nato lo striscione che aveva reso orgoglioso un intero rione e che aveva costituito, anch’esso, un’occasione di riscatto per una comunità spesso bistrattata dai politici e dagli amministratori di Palazzo di città.
Oggi quello striscione che recitava “La Cavese è una fede e noi i suoi seguaci – Ultra Magic Fans Cava” non è sicuramente il più lungo d’Europa. Ma resta il più lungo della nostra storia. Ed è la dimostrazione che quando la passione per la maglia biancoblù è profonda e radicata, nulla è impossibile. Tutti gli obiettivi possono essere raggiunti. Persino quelli che appaiono difficilmente realizzabili agli occhi di un ragazzino che, fino a pochi anni prima, per il fratello più grande, tagliava coriandoli di carta colorata da portare allo stadio, e che invece, quasi senza accorgersene, stava diventando uomo.

Fabrizio Prisco

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